Cosa succede quando ci si scontra con alcune verità del nostro mondo?

 

Domenica 26 luglio 2009

 

Cosa succede quando ci si scontra con alcune verità del nostro mondo? Quando queste verità prima erano solo dei sentiti dire ma poi, quando ci sbatti gli occhi e il cuore contro, diventano parte di te e ti obbligano a fartene portavoce?

Non so quale sia la risposta, ma sicuramente qualcosa cambia e anche se non si vede, come c’è scritto nel Piccolo Principe, l’essenziale è invisibile agli occhi.

Sono impressionata da come in questo periodo le Letture della Parola si mescolino e impastino con la mia quotidianità.

La prima lettura e il Vangelo di oggi parlano di cibo, di gente che ha fame e di qualcuno che distribuisce, spezza, condivide e sfama.

“Kec tye kaneka”, “Kec tye” sono le parole ch in questo periodo sento più spesso pronunciare dalla gente. “Ho fame”, “C’è fame”. Ed ecco che mi ritrovo a vivere per davvero quelle frasi che almeno una volta nella nostra vita tutti ci siamo sentiti dire da piccoli: “Mangia tutto che nel mondo c’è chi non ne ha”, “Non sprecare cibo che i bambini in Africa muoiono di fame” … Qui i bambini sono quelli che soffrono di più, ma ad essi si aggiunge un’intera popolazione di giovani, uomini, donne e anziani. Lunedì scorso è stato dichiarato che il 70% della popolazione Acholi non ha cibo a sufficienza (quindi non oso immaginare in Karamoja o in altri paesi che sono ancora più secchi e poveri). Il cambiamento climatico si fa sentire anche qui (così come la crisi finanziaria) e le piogge che sono in ritardo non innaffiano i campi coltivati. Qui a Gulu è la seconda semina per la gente perché la prima è andata persa. Due giorni fa è piovuto e ora speriamo che sia un via per un po’ di sollievo, ma è ancora presto per tirare un sospiro di sollievo. Il pasto dei bambini in questo periodo è una pannocchia abbrustolita condivisa con i fratelli e le sorelle più piccoli. Al Comboni Samaritans i nostri beneficiari invece che andare a scuola vengono a chiederci qualcosa da mangiare. Vi garantisco che vedere dei bambini che aspettano gli avanzi dalle cucine e che dopo mangiano avidamente è qualcosa che ti spezza qualcosa dentro. Quando poi conosci i nomi, le famiglie, le vite … beh, non so cosa dire …

Ho visto le foto di alcuni ragazzini e ragazzine che i nostri social workers sono andati a visitare perché segnalati come “voulnerable children”: le costole si possono contare, i corpi non cresciuti dimostrano anni in meno e i volti scavati e non sorridenti decenni in più rispetto all’età reale.

Ma è il mio incontro con Bryan che vi vorrei raccontare: un ragazzino di dodici anni. Ha un fratellino e una sorellina e sua mamma è totalmente cieca a causa di una controindicazione della cloro china (antimalarica). Il papà è morto l’anno scorso e prima di morire anche lui era diventato cieco. Brian è l’uomo di casa e la prima volta che l’ho incontrato accompagnava la mamma al Comboni Samaritans. Poi più volte ci siamo salutati per la strada: io in bicicletta e lui a piedi (scalzi). Qualche settimana fa è venuto per qualche sera a pregare il rosario in ospedale e una domenica l’ho visto anche a messa. Un giorno dopo cena, non ricordo quando, dovevo andare a chiedere qualcosa ad uno dei dottori che vive qui al Lacor, e lo vedo seduto al buio con qualche altro bambino, fuori dalla porta. I dottori arrivano e danno ai bambini un cartoccino di cibo avanzato: pochi secondi e i piedi nudi corrono veloci. Ma Brian si ferma un instante a salutarmi. Un’altra sera dopo il rosario mi indica i suoi piedi nudi e i miei con i sandali (per certe cose non c’è bisogno di conoscere perfettamente una lingua: il linguaggio non verbale non conosce differenze di terre).

La settimana scorsa Brian è venuto ancora al Comboni Samaritans con la mamma. Verso le due sono andata a mangiare nella dining room con alcuni dello staff e fuori c’era lui con qualche altro bimbetto che aspettavano. Aspettavano di mettere qualcosa in uno stomaco vuoto da tanto. Il posho e i fagioli quel giorno mi sono rimasti sulla gola e se non fosse stato per il fatto che “non si spreca cibo” dopo le prime forchettate l’avrei lasciato lì.

Oggi è venuto a messa e alla fine della celebrazione gli ho chiesto se la sua casa fosse vicina o lontana. Mi ha indicato il mercato fuori dell’ospedale, mi ha dato la mano e ci siamo incamminati affiancati anche da Cristopher, un amico che mi ha presentato. Ho comprato ad entrambi un paio di scarpine di tela, ho preso riso e sapone (la mamma di Brian mi aveva detto che non avevano sapone ed effettivamente il bambino è sempre con gli stessi vestiti anche la domenica, con i capelli non tagliati e le gambe sporche). Dopo circa 20 minuti arriviamo: una capanna in mezzo all’erba alta che nessuno ha tempo o cura ti tagliare (e se si chiama erba elefante c’è un perché). La mamma sta pulendo i pochi arachidi che sono cresciuti nel campo dopo la spioviginata dell’altro giorno. Con lei c’è anche uno zio, un vicino e una vicina, il fratellino più piccolo di Brian e una ragazzina che vive anche lei da qualche parte lì vicino. La mamma è contenta che sia lì e anche gli occhi di Brian sono proprio belli. Dopo un po’ dico che devo andare perché a casa mi aspettano (stavo per dire per mangiare, ma mi sono trattenuta, considerando che lì non c’era nessuna pentola sul fuoco). Mi offrono una borsina di arachidi: nonostante mi sembri di togliere del cibo a quella famiglia mi rendo conto che non posso rifiutare. Ringrazio tanto e propongo di pregare insieme. Saluto e mi incammino per il sentierino che attraversa varie abitazioni. I bambini e le bambine come al solito sono in ogni dove e mi salutano ridendo divertiti dalla mia presenza in mezzo a quelle capanne. A pranzo ero seduta a tavola con le sisters della mia comunità.

Non voglio innescare sensi di colpa o rovinare i pasti di nessuno. Non serve sentirsi in colpa e non serve mortificarsi e soffrire la fame. Sarebbe stupido per noi che possiamo mangiare o che abbiamo accesso a tanti beni vivere di stenti … E non ho nessuna conclusione da dare a questa mail. Ma le letture di oggi che si mescolano alla quotidianità di qui formano una zuppa particolare che si sta cuocendo. La moltiplicazione dei pani e dei pesci: la condivisione. Una folla che ha fame e qualcuno che non si volta dall’altra parte per non vedere, che non chiude porte, non costruisce barriere, non inventa leggi per far sì che le folle si disperdano. “Come posso mettere questo (poco) cibo davanti a cento persone?” nella prima lettura chiede ad Eliseo colui che serviva il cibo; “Che cosa sono cinque pani d’orzo e due pesci per così tanta gente” chiede Andrea a Gesù. Le risposte sono simili: non importa. Tu inizia a servire. Fai sedere e distribuisci. Spezza e condividi. Vedrai che poi, alla fine, tutti ne avranno e anzi ne avanzerà.

Chi sono io per “risolvere i problemi del mondo?”. Proprio nessuno, come era nessuno anche il ragazzino che porta il pane e i pesci iniziali (non ha neanche un nome nel Vangelo). Ma posso essere un inizio per smuovere qualcosa. E così come posso esserlo io anche ognuno nel mondo. Tante domande e poche risposte. Ma la seconda lettura di oggi è chiara: comportatevi in maniera degna della vostra identità di cristiani (o potrei anche dire: in maniera degna della vostra identità da essere umani con una coscienza) … diversi popoli ma un solo corpo, un solo spirito e, soprattutto, una sola speranza. L’unica risposta certa è questa speranza. A nessuno ne mancherà e anzi le ceste si riempiranno di avanzi. Pane, acqua, diritti, pace, giustizia … per tutti e in abbondanza. È possibile se ci sentiamo in comunione, se ci sentiamo parte davvero di un solo corpo e di un solo spirito.

Erano circa cinquemila uomini … duecento denari non bastano … che cosa possiamo fare? … c’è qui un ragazzo …

I problemi nel mondo sono tanti e chi soffre sono intere popolazioni … le mie forze sole non bastano … che cosa possiamo fare? … ci sono qui io …

CON – DIVISIONE!

Elena Malvezzi

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One Response to Cosa succede quando ci si scontra con alcune verità del nostro mondo?

  1. ubiquinol coq10 ha detto:

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