Cosa succede quando ci si scontra con alcune verità del nostro mondo?

28 luglio 2009

 

Domenica 26 luglio 2009

 

Cosa succede quando ci si scontra con alcune verità del nostro mondo? Quando queste verità prima erano solo dei sentiti dire ma poi, quando ci sbatti gli occhi e il cuore contro, diventano parte di te e ti obbligano a fartene portavoce?

Non so quale sia la risposta, ma sicuramente qualcosa cambia e anche se non si vede, come c’è scritto nel Piccolo Principe, l’essenziale è invisibile agli occhi.

Sono impressionata da come in questo periodo le Letture della Parola si mescolino e impastino con la mia quotidianità.

La prima lettura e il Vangelo di oggi parlano di cibo, di gente che ha fame e di qualcuno che distribuisce, spezza, condivide e sfama.

“Kec tye kaneka”, “Kec tye” sono le parole ch in questo periodo sento più spesso pronunciare dalla gente. “Ho fame”, “C’è fame”. Ed ecco che mi ritrovo a vivere per davvero quelle frasi che almeno una volta nella nostra vita tutti ci siamo sentiti dire da piccoli: “Mangia tutto che nel mondo c’è chi non ne ha”, “Non sprecare cibo che i bambini in Africa muoiono di fame” … Qui i bambini sono quelli che soffrono di più, ma ad essi si aggiunge un’intera popolazione di giovani, uomini, donne e anziani. Lunedì scorso è stato dichiarato che il 70% della popolazione Acholi non ha cibo a sufficienza (quindi non oso immaginare in Karamoja o in altri paesi che sono ancora più secchi e poveri). Il cambiamento climatico si fa sentire anche qui (così come la crisi finanziaria) e le piogge che sono in ritardo non innaffiano i campi coltivati. Qui a Gulu è la seconda semina per la gente perché la prima è andata persa. Due giorni fa è piovuto e ora speriamo che sia un via per un po’ di sollievo, ma è ancora presto per tirare un sospiro di sollievo. Il pasto dei bambini in questo periodo è una pannocchia abbrustolita condivisa con i fratelli e le sorelle più piccoli. Al Comboni Samaritans i nostri beneficiari invece che andare a scuola vengono a chiederci qualcosa da mangiare. Vi garantisco che vedere dei bambini che aspettano gli avanzi dalle cucine e che dopo mangiano avidamente è qualcosa che ti spezza qualcosa dentro. Quando poi conosci i nomi, le famiglie, le vite … beh, non so cosa dire …

Ho visto le foto di alcuni ragazzini e ragazzine che i nostri social workers sono andati a visitare perché segnalati come “voulnerable children”: le costole si possono contare, i corpi non cresciuti dimostrano anni in meno e i volti scavati e non sorridenti decenni in più rispetto all’età reale.

Ma è il mio incontro con Bryan che vi vorrei raccontare: un ragazzino di dodici anni. Ha un fratellino e una sorellina e sua mamma è totalmente cieca a causa di una controindicazione della cloro china (antimalarica). Il papà è morto l’anno scorso e prima di morire anche lui era diventato cieco. Brian è l’uomo di casa e la prima volta che l’ho incontrato accompagnava la mamma al Comboni Samaritans. Poi più volte ci siamo salutati per la strada: io in bicicletta e lui a piedi (scalzi). Qualche settimana fa è venuto per qualche sera a pregare il rosario in ospedale e una domenica l’ho visto anche a messa. Un giorno dopo cena, non ricordo quando, dovevo andare a chiedere qualcosa ad uno dei dottori che vive qui al Lacor, e lo vedo seduto al buio con qualche altro bambino, fuori dalla porta. I dottori arrivano e danno ai bambini un cartoccino di cibo avanzato: pochi secondi e i piedi nudi corrono veloci. Ma Brian si ferma un instante a salutarmi. Un’altra sera dopo il rosario mi indica i suoi piedi nudi e i miei con i sandali (per certe cose non c’è bisogno di conoscere perfettamente una lingua: il linguaggio non verbale non conosce differenze di terre).

La settimana scorsa Brian è venuto ancora al Comboni Samaritans con la mamma. Verso le due sono andata a mangiare nella dining room con alcuni dello staff e fuori c’era lui con qualche altro bimbetto che aspettavano. Aspettavano di mettere qualcosa in uno stomaco vuoto da tanto. Il posho e i fagioli quel giorno mi sono rimasti sulla gola e se non fosse stato per il fatto che “non si spreca cibo” dopo le prime forchettate l’avrei lasciato lì.

Oggi è venuto a messa e alla fine della celebrazione gli ho chiesto se la sua casa fosse vicina o lontana. Mi ha indicato il mercato fuori dell’ospedale, mi ha dato la mano e ci siamo incamminati affiancati anche da Cristopher, un amico che mi ha presentato. Ho comprato ad entrambi un paio di scarpine di tela, ho preso riso e sapone (la mamma di Brian mi aveva detto che non avevano sapone ed effettivamente il bambino è sempre con gli stessi vestiti anche la domenica, con i capelli non tagliati e le gambe sporche). Dopo circa 20 minuti arriviamo: una capanna in mezzo all’erba alta che nessuno ha tempo o cura ti tagliare (e se si chiama erba elefante c’è un perché). La mamma sta pulendo i pochi arachidi che sono cresciuti nel campo dopo la spioviginata dell’altro giorno. Con lei c’è anche uno zio, un vicino e una vicina, il fratellino più piccolo di Brian e una ragazzina che vive anche lei da qualche parte lì vicino. La mamma è contenta che sia lì e anche gli occhi di Brian sono proprio belli. Dopo un po’ dico che devo andare perché a casa mi aspettano (stavo per dire per mangiare, ma mi sono trattenuta, considerando che lì non c’era nessuna pentola sul fuoco). Mi offrono una borsina di arachidi: nonostante mi sembri di togliere del cibo a quella famiglia mi rendo conto che non posso rifiutare. Ringrazio tanto e propongo di pregare insieme. Saluto e mi incammino per il sentierino che attraversa varie abitazioni. I bambini e le bambine come al solito sono in ogni dove e mi salutano ridendo divertiti dalla mia presenza in mezzo a quelle capanne. A pranzo ero seduta a tavola con le sisters della mia comunità.

Non voglio innescare sensi di colpa o rovinare i pasti di nessuno. Non serve sentirsi in colpa e non serve mortificarsi e soffrire la fame. Sarebbe stupido per noi che possiamo mangiare o che abbiamo accesso a tanti beni vivere di stenti … E non ho nessuna conclusione da dare a questa mail. Ma le letture di oggi che si mescolano alla quotidianità di qui formano una zuppa particolare che si sta cuocendo. La moltiplicazione dei pani e dei pesci: la condivisione. Una folla che ha fame e qualcuno che non si volta dall’altra parte per non vedere, che non chiude porte, non costruisce barriere, non inventa leggi per far sì che le folle si disperdano. “Come posso mettere questo (poco) cibo davanti a cento persone?” nella prima lettura chiede ad Eliseo colui che serviva il cibo; “Che cosa sono cinque pani d’orzo e due pesci per così tanta gente” chiede Andrea a Gesù. Le risposte sono simili: non importa. Tu inizia a servire. Fai sedere e distribuisci. Spezza e condividi. Vedrai che poi, alla fine, tutti ne avranno e anzi ne avanzerà.

Chi sono io per “risolvere i problemi del mondo?”. Proprio nessuno, come era nessuno anche il ragazzino che porta il pane e i pesci iniziali (non ha neanche un nome nel Vangelo). Ma posso essere un inizio per smuovere qualcosa. E così come posso esserlo io anche ognuno nel mondo. Tante domande e poche risposte. Ma la seconda lettura di oggi è chiara: comportatevi in maniera degna della vostra identità di cristiani (o potrei anche dire: in maniera degna della vostra identità da essere umani con una coscienza) … diversi popoli ma un solo corpo, un solo spirito e, soprattutto, una sola speranza. L’unica risposta certa è questa speranza. A nessuno ne mancherà e anzi le ceste si riempiranno di avanzi. Pane, acqua, diritti, pace, giustizia … per tutti e in abbondanza. È possibile se ci sentiamo in comunione, se ci sentiamo parte davvero di un solo corpo e di un solo spirito.

Erano circa cinquemila uomini … duecento denari non bastano … che cosa possiamo fare? … c’è qui un ragazzo …

I problemi nel mondo sono tanti e chi soffre sono intere popolazioni … le mie forze sole non bastano … che cosa possiamo fare? … ci sono qui io …

CON – DIVISIONE!

Elena Malvezzi

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L’Aquila: al via l’osservatorio ‘Ricostruire Pulito’ di Libera, Legambiente e Provincia

28 luglio 2009

Giorgio Beretta Martedì, 28 Luglio 2009

 

“La verità ha bisogno sempre di essere vigilata”. Con queste parole il presidente di Libera, don Luigi Ciotti ha presentato ieri a L’Aquila, presso il Centro Direzionale Carispaq, l’Osservatorio Ricostruire Pulito che vede protagonisti Libera, Legambiente e la Provincia de L’Aquila. “Un atto d’amore e di rispetto per questa meravigliosa terra e per le tante persone che non ci sono più” – ha continuato don Ciotti parlando della necessità di una vigilanza da parte della società civile nel processo di ricostruzione in una terra profondamente ferita, ma che necessita di rialzarsi in fretta e bene.

“L’Abruzzo non è un’isola felice” – ha sottolineato Angelo Venti che con la redazione di Site.it, Libera Informazione e Libera, dalla notte del sisma sta lavorando alacremente e senza tregua per mantenere un riflettore acceso sul processo di ricostruzione. Proprio queste redazioni nei giorni di Pasqua – nel generale silenzio dei media nazionali – hanno denunciato la distruzione di macerie ‘sensibili’ e necessarie per verificare la costruzione dei palazzi attraverso macchinari tritura-macerie in Piazza d’Armi, area militare posta sotto il controllo della Protezione Civile. In seguito a quella denuncia le aree da cui venivano prelevate le macerie sono state posti sotto sequestro e l’asportazione delle macerie è stata interrotta.

“Le mafie non sono una novità in Abruzzo e con molta probabilità non si lasceranno sfuggire la ghiotta occasione di fare affari durante la ricostruzion” – ha affermato Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente citando i dati del recente dossier Ecomafie: “il fatturato delle mafie in Abruzzo già prima del terremoto nel 2008 era di circa 20 miliardi di euro e la regione è in nona posizione per numero e gravità di reati commessi sia nel ciclo del cemento che in quello dei rifiuti”. Lo scorso anno ci sono state 278 persone denunciate e 71 sequestri di immobili nel campo degli appalti, e 216 infrazioni e 93 sequestri nel campo dei rifiuti”. Tra questi va ricordato il sequestro da parte della Direzione Distrettuale antimafia della villa di un imprenditore campano legato al clan Mallardo, oppure le inchieste sul tesoro di Ciancimino a Tagliacozzo, o l’inchiesta Histonium II che vede il coinvolgimento della ‘ndrangheta calabrese. Mafia, ‘ndrangheta e camorra prosperano da anni anche qui. “Tutti segnali pericolosi in vista della ricostruzione” – ha aggiunto Sebastiano Venneri di Legambiente..

Angelo Venti ha fatto quindi una ricostruzione storica degli affari dei boss in Abruzzo. “Le mafie in Abruzzo hanno stretto legami con gli imprenditori locali, si è creata una rete di relazioni – continua Venti – che hanno facilitato l’infiltrazione ben prima del terremoto”. “La consistenza economica delle risorse necessarie per la ricostruzione, l’impatto ambientale degli interventi previsti, dallo smaltimento delle macerie alle opere di ricostruzione, richiede la massima attenzione per prevenire illegalità e tentativi di infiltrazione – ha concluso la Presidente della Provincia dell’Aquila, Stefania Pezzopane. Accanto alla prevenzione di fenomeni di illegalità ci proponiamo attraverso l’Osservatorio anche di diffondere un processo di buone pratiche della ricostruzione”.

L’Osservatorio Ricostruire Pulito, infatti, intende vigilare sulla ricostruzione, senza volersi sostituire alla magistratura o alle Forze dell’ordine, piuttosto segnalando casi o fatti “oscuri”, su cui chi fa le indagini può far chiarezza. Tra i settori di monitoraggio vi è quello del corretto smaltimento delle macerie provocate dai crolli. Tra le proposte concrete su cui l’Osservatorio cercherà di costruire convergenze virtuose c’è la definizione di un progetto per il recupero e il riciclaggio degli inerti, anche ai fini di un minor ricorso alla cavazione. L’Osservatorio si pone anche l’obiettivo di affiancare le istituzioni competenti nel monitorare le imprese edili e di costruzione coinvolte nella ricostruzione; controllare il meccanismo dei subappalti e del nolo di mezzi e macchinari; controllare la filiera di approvvigionamento e la qualità dei materiali utilizzati, in particolare la produzione di calcestruzzo verificando l’idoneità delle cave per l’estrazione degli inerti e della sabbia; vigilerà anche sul trasporto, il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti inerti derivanti dai crolli e dalle demolizioni. [GB]


Rete Disarmo: l’Italia continua ad esportare armi leggere senza trasparenza

28 luglio 2009

domenica, 26 Luglio 2009

 

“Non solo l’Italia è il secondo esportatore mondiale di armi leggere e di piccolo calibro, ma tra i paesi che maggiormente si forniscono di armi “made in Italy” figurano Etiopia, Filippine, Israele, Thailandia. Ancora una volta i dati del rapporto “Small Arms Survey” fanno capire che le autorizzazioni all’esportazione dall’Italia di queste cosiddette ‘piccole armi’ non sono così rigorose come le nostre leggi richiederebbero. E come il buon senso in un mercato così delicato e in cui siamo tanto protagonisti richiederebbe: in questo modo rischiamo di essere uno dei paesi che maggiormente fomentano conflitti nel mondo. Anche la trasparenza sulle informazioni fornite dalle nostre amministrazioni lascia molto a desiderare visto che il centro indipendente di ricerca di Ginevra nel giro di un anno ha declassato l’Italia dal secondo al dodicesimo posto”.

E’ punto centrale della denuncia che la Rete Italiana per il Disarmo avanza alla conoscenza di Governo ed opinione pubblica a commento del rapporto Small Arms Survey 2009 redatto del Centro indipendente di ricerca del Graduate Institute of International Studies di Ginevra che Unimondo ha presentato nei giorni in anteprima in Italia.

Gli Stati Uniti continuano ad essere il leader indiscusso nel commercio globale legale di “small arms and light weapons” (cioè le armi leggere – vedi dopo la definizione) avendo esportato nel 2006 ben 643 milioni di dollari di questo tipo di armi. Ma l’Italia – con 434 milioni di dollari di esportazioni – figura al secondo posto precedendo ampiamente la Germania (307 milioni di dollari), il Brasile (166 milioni) e l’Austria (152 milioni). E se è vero che tra i principali acquirenti delle armi italiane vi sono nazioni del mondo occidentale come Stati Uniti, Francia, Spagna, Regno Unito e Germania, il rapporto dell’istituto di ricerca ginevrino segnala anche che Etiopia, Filippine, Israele, Thailandia annoverano l’Italia come uno dei loro cinque principali fornitori.

“Va ricordato inoltre come le armi piccole abbiano per loro natura un prezzo più contenuto rispetto ai grossi sistemi d’arma, per cui un giro d’affari di milioni di dollari (per confronto si pensi che i sistemi d’arma complessi vengono venduti da soli per milioni di dollari) significa molte armi che possono finire in molte mani, spesso in maniera incontrollata nelle zone di conflitto” – sottolinea la nota di Rete Disarmo.

“Sebbene i dati elaborati dal centro di ricerca di Ginevra siano – per loro stesso riconoscimento – carenti in quanto non tutti gli stati forniscono all’Onu informazioni complete o adeguate, per quanto riguarda l’Italia le cifre segnalate nel rapporto sulle esportazioni di “piccole armi” sono abbastanza attendibili, semmai al ribasso” – afferma Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio sul commercio di armi (Os.C.Ar.) di Ires Toscana, membro di Rete Disramo. “Dall’accurato database dell’Istat si apprende, ad esempio, che negli ultimi tre anni le esportazioni di queste armi e munizioni sono fortemente aumentate passando dai 670 milioni di euro del 2006, ai quasi 744 milioni del 2007 agli oltre 861 milioni di euro del 2008: e stiamo parlando, prevalentemente di armi da fuoco ad uso sportivo, da caccia o per la difesa personale, non militari” – conclude Beretta.

L’eccellenza italiana è nota da tempo in tale settore. “Il primato dell’industria italiana delle armi leggere conferma inoltre il ruolo di primissimo piano del distretto armiero bresciano a cui si deve in gran parte questo primato – afferma Carlo Tombola coordinatore scientifico di OPAL (Osservatorio Permanente Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa) di Brescia. E’ urgente che produttori e autorità tengano conto che l’immagine di qualità delle armi italiane è incompatibile con la scarsissima trasparenza dei dati ufficiali, soprattutto per ciò che riguarda l’export di armi cosiddette “civili e sportive” verso paesi dove vengono quotidianamente calpestati i diritti umani”.

Un tema importante, quello dell’impatto delle piccola armi sui diritti umani e lo sviluppo delle popolazioni mondiali, come ricordato da Riccardo Troisi di Pax Christi: “Questi dati confermano l’ipocrisia dei paesi ricchi, che da una parte alimentano il commercio di armi leggere, con i danni che questo produce soprattutto nei paesi del Sud del mondo, dall’altra fanno dichiarazioni sempre puntualmente disattese per combattere la povertà ed aiutare i tanti paesi ridotti in miseria dall’attuale sistema economico. I costi stimati ogni anno per i danni prodotti dalle armi leggere sono infatti, secondo la rete mondiale IANSA, di oltre 163 miliardi di dollari. E sono i più poveri a subirne l’impatto più brutale, tanto che le armi possono essere considerate una delle cause strutturali che alimentano la povertà”.

Tutti questi dati preoccupano fortemente la Rete Italiana per il Disarmo, soprattutto per il ruolo di primo piano che evidentemente il nostro paese svolge in questo tipo di commercio. “E’ importante arrivare ad alti standard di controllo e di regolamentazione del mercato italiano (interno e soprattutto estero) delle armi leggere – conclude Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo – qualcosa che già esiste nella nostra legislazione per quanto riguarda i grossi sistemi d’arma. Anche perché, nonostante una raccomandazione UE in tal senso, il nostro paese è uno dei pochi a non disporre di una legge sull’intermediazione e il cosiddetto brokeraggio di armi (cioè il ruolo dei trafficanti e dei venditori) che ovviamente è molto più facile e possiede impatti molto più negativi proprio nel campo delle piccole armi”. [GB]


Lontano dagli occhi, lontano dal cuore!

25 luglio 2009

Editoriale del Direttore Caritas Reggiana

Ordinanze anti-accattonaggio Lontano dagli occhi, lontano dal cuore! Dopo oltre un mese dalle ultime elezioni, dopo il tourbillon di nomine a completare le giunte che dovranno governare e amministrare nei prossimi 5 anni e dopo esserci lasciati alle spalle i proclami e i bisticci della campagna elettorale, ecco che le macchine amministrative dei Comuni sono tornate al lavoro quotidiano. Nonostante l’avvicinarsi delle ferie e del riposo estivo, leggendo i giornali di questi giorni, sembra che la priorità di alcuni Comuni sia divenuta quella di fare ordinanze per la sicurezza dei cittadini e il decoro pubblico. Potevamo aspettarci queste mosse dalle amministrazioni dove hanno vinto centro-destra e Lega, perché coerente con quanto hanno promesso. Ma … sembra che, per una sorta di “par-condicio”, anche i Comuni amministrati da maggioranze di centro-sinistra si siano allineati. Forse per dovere di “riconoscenza” all’aumento straordinario (quasi ovunque) dei voti ricevuti dalla Lega? Non so cosa ci stia sotto, non mi voglio addentrare in questioni politiche, ma mi permetto di fare alcune riflessioni riguardo le ordinanze anti-accattonaggio emesse in questi giorni (dai Comuni di Reggio Emilia, che ha già pronta anche quella anti-lucciole, di Guastalla e di Castelnovo ne’ Monti). Come prima riflessione mi chiedo se davvero queste sono le priorità di un Comune. In un momento storico dove la crisi economica sta manifestando le conseguenze più gravi, dove la questione “casa” sta diventando un problema per molte famiglie che non riescono più a pagare affitti e mutui, dove i servizi sociali sono sempre più in affanno e inadeguati a dare risposte all’aumento di richieste, mi chiedo se le questioni “di facciata” siano davvero le più urgenti. Leggendo il testo di queste ordinanze, in effetti, non si può nascondere che ci sia anche una questione estetica, di decoro che si vuole salvaguardare. In particolare, quella del Comune di Guastalla, nelle giustificazioni dell’impianto dice che si intende “limitare il senso di degrado pubblico che tali manifestazioni comportano”. Una questione “di facciata”, appunto! La frase coniata dagli americani “Not in my garden” (basta che non sia nel mio giardino) dice molto bene lo spirito che è sotteso a questi ripieghi amministrativi che non affrontano i veri problemi, non ricercano le cause delle manifestazioni ma semplicemente cercano di allontanare il problema. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, appunto! Sarebbe necessario distinguere chi è costretto all’accattonaggio e rientra in giri di vero e proprio sfruttamento da chi vende qualcosa per arrangiarsi e mantenersi. Nel primo caso è giusto cercare di limitare il fenomeno ma sarebbe necessario perseguire gli sfruttatori e non gli sfruttati. Nel secondo caso ogni situazione sarebbe da analizzare attentamente e farsi carico di tante storie concrete di povertà subita e non certo voluta. Queste ordinanze mettono tutti gli sfruttati sullo stesso piano e non c’è dubbio che si reggono sulla volontà di accontentare un po’ la cittadinanza e di tenerla buona dimostrando di poter controllare i “fastidiosi” mendicanti e illudendo le persone di avere risolto questo problema anche con proclami piuttosto impegnativi, come dice ancora il testo dell’ordinanza di Guastalla: “impedire ogni ipotesi di minaccia all’incolumità pubblica e di reato a danno dei Cittadini”. Sono convinto che i mendicanti “di professione” insieme a quelli che cercano davvero un minimo di sostegno alla loro povera vita da qualche spicciolo che cade nelle loro mani, si sposteranno in un Comune “free”, cioè libero (per adesso), dove chiedere l’elemosina è ancora possibile. Un’altra domanda alla quale non riesco a trovare risposta è: come faranno le persone colte in flagranza di accattonaggio a pagare la sanzione amministrativa che va dai 100 ai 500 euro? A chi sbarca il lunario con le briciole raccolte elemosinando, credo risulti difficile trovare cifre importanti per pagare la multa … ironia della sorte: dovranno fare gli straordinari e accattonare ancora di più! Infine, una considerazione, che ritengo la più importante. La filosofia principale che muove queste risoluzioni (così come il Pacchetto sicurezza che diventerà legge del nostro Stato) implica la discriminazione di una parte di popolazione: una fascia della nostra società che non vogliamo, ci infastidisce per il semplice fatto che tutti i giorni è davanti ai nostri occhi a ricordarci che abbiamo troppo e che siamo egoisti. Il decoro delle nostre piazze, dei nostri parcheggi e dei sagrati delle nostre chiese sarebbe proprio quello contrario a quanto queste ordinanze esprimono. I poveri, gli emarginati sono i nostri tesori, i nostri gioielli, quindi sono loro il nostro decoro. Se li scacciamo per metterci il cuore in pace, per non sentirci inquietati dalle domande che la loro condizione inevitabilmente pone al nostro comodo vivere, avremo una pace egoista ed escludente, sicuramente una pace NON cristiana. “I poveri li avrete sempre con voi” ci ha ricordato Gesù nel Vangelo. Ce lo ha detto per ricordarci che, dopo la sua morte, sono loro ad incarnare in modo privilegiato la presenza del nostro Dio. Almeno noi cristiani facciamo un sobbalzo di fronte a questa cultura perbenista che ostenta le proprie ricchezze e futilità e che, nello stesso tempo, risulta essere vessatoria nei confronti dei poveri, degli emarginati, degli sfruttati, di coloro che (senza negare le tante fatiche che si fanno) ogni giorno ci chiedono a livello personale e comunitario di convertirci! Facciamo un sussulto e chiediamo conto ai nostri amministratori, a quanti abbiamo votato del perché di comportamenti che sembrano tesi più alla difesa dei nostri averi che alla ricerca del bene comune. Le soluzioni a questo tipo di problemi si possono trovare insieme e può essere che il trovarle risulti estremamente difficile (e sicuramente non bastano le ordinanze comunali!) ma tutti possiamo fare un cammino di condivisione e di conversione, vivendo maggiormente la sobrietà, la solidarietà e la vicinanza a coloro che fanno più fatica, a coloro che sono COMUNQUE nostri fratelli da amare e non da … respingere, cacciare o multare!

Gianmarco Marzocchini Direttore Caritas diocesana Reggio Emilia – Guastalla