Libertà religiosa e cittadinanza: il dialogo fa nuova la città

7 novembre 2010

Scelto il tema del tradizionale Convegno nazionale di Pax Christi di fine anno:
Chiamati alla libertà (Gal 5, 13)
Libertà religiosa e cittadinanza: il dialogo fa nuova la città

A breve pubblicheremo il programma e i dettagli logistici.

A seguire avrà luogo la tradizionale marcia di fine anno organizzata da Pax Christi Italia, CEI e Caritas italiana che quest’anno avrà luogo ad Ancona sul tema della Giornata Mondiale per la Pace del 1° gennaio 2011: «Libertà religiosa, via per la pace».


Fermate quella condanna a morte, logica di vendetta e di guerra

7 novembre 2010

La condanna a morte comminata all’ex vice presidente iracheno rappresenta una sconfitta dal punto di vista del rispetto per l’uomo; per questo Pax Christi Italia chiede con fermezza che non venga ratificata ed eseguita.La condanna a morte comminata all’ex vice presidente iracheno Tareq Aziz rappresenta una sconfitta dal punto di vista del rispetto per l’uomo; per questo Pax Christi Italia chiede con fermezza che non venga ratificata ed eseguita. La sentenza capitale di un uomo è una sconfitta dal punto di religioso, perchè Dio, in qualunque modo lo si chiami, è sempre il Dio della vita. E’ una sconfitta umana, perchè calpesta la dignità della persona: anche chi fosse riconosciuto colpevole ha diritto al rispetto e alla vita. E’ anche una sconfitta politica, perchè la condanna a morte è sempre un segno di debolezza di uno Stato, e non di forza, di qualsiasi Stato, si chiami Iraq, Iran, Cina, Stati Uniti o altri. La condanna a morte segue la logica della vendetta. In questo momento il Governo Iracheno ha una grande occasione per dare un messaggio al mondo per il suo futuro politico, non percorrendo strade già conosciute e perdenti, come la pena di morte, ma imboccando altre strade, quella del diritto, della democrazia, del rispetto della vita di tutti.

Pax Christi – che da tanti anni è a fianco della popolazione irachena, segnata da guerre, embargo e violenze di ogni genere – chiede che non si aggiunga morte a morte, violenza a violenza e ricorda che la pena di morte continua purtroppo ad esprimere la logica della guerra all’interno della società civile.

La condanna di ogni guerra cammini a pari passo con il rifiuto della pena di morte.


Un Natale in-fame?

6 gennaio 2010

È puntualmente sopraggiunta l’onda anomala delle anestetizzanti rappresentazioni del Natale votate al consumo, flutto che ci investe e imbonisce di finti buoni sentimenti. Un rituale pagano della codificazione sempre più indigeribile, via via che strade e negozi si attrezzano per questo tempo “forte” del commercio.
Le immagini corredate di buonismo pubblicitario veicolano uno stucchevole equivoco man mano che si amplifica intorno a noi l’affanno degli uomini e delle donne del nostro tempo, a un anno dalla crisi economica e finanziaria che ha sconquassato il mondo, e ha reso persino più angusti gli spazi della giustizia su questa terra. Più passano i mesi, più si delinea il rischio che il terremoto della finanza mondiale sia l’ennesima occasione mancata, nuove e vecchie frodi di speculatori hanno ripreso la folle corsa verso gli utili.
L’inondazione natalizia ha preso avvio – ironia della sorte – nei giorni del vertice della FAO sulla “sicurezza alimentare”. Ovvero quando la stampa mondiale, con una manciata di titoli allarmati, tornava ad avvertirci che oltre un miliardo di persone soffre la fame cronica e le agenzie dell’Onu, con un ritornello un po’ ipocrita, si appellavano a mobilitazioni, aiuti, digiuni di solidarietà. Come se la fame fosse una fatalità da combattere con il richiamo ai buoni propositi.
Mondo davvero in-fame il nostro. L’impegno della comunità internazionale a dimezzare la malnutrizione entro il 2015 ha prodotto finora solo il numero più alto di affamati dal 1970. E vetture di capi di stato che, nei giorni del vertice, assecondavano stravaganze smodate di acquisti, per le strade di Roma.
A casa nostra, la nascita di Gesù bambino ci coglie tramortiti da mesi in cui l’autismo della politica ha confezionato a ripetizione leggi – il pacchetto sicurezza, lo scudo fiscale, la privatizzazione dell’acqua, la legge sulla possibilità di vendere i beni confiscati alla mafia, il disegno sul processo breve – fatte su misura per il tipo antropologico dell’italiano furbo che va tanto di moda. Si ignora il bene comune, si impacchettano messaggi per convincere che la crisi sta alle spalle.
Ma lo dice l’OCSE che il peggio per noi deve ancora venire. Lo dicono le incalzanti incognite delle famiglie ridotte al lastrico della disoccupazione.
Lo dice la disperazione di operai arrampicati su gru e ciminiere per agire il diritto a esistere, ovvero quello di essere semplicemente raccontati nella frequente solitudine della difesa di un’azienda in attivo.
Per troppi il Natale porterà fine di cassa integrazione ed esasperazione di precarietà. In Europa, entro il 2010 saranno licenziate 25 milioni di persone: dall’inizio della crisi, saranno saltati tanti posti di lavoro quanti se ne sono persi in un decennio con le crisi petrolifere.
Avvelenati dalla paura del domani accogliamo il Natale. Anzi, da ferventi cattolici, e in nome delle nostre radici cristiane, lanciamo per la nascita del Redentore una igienica operazione di pulizia etnica. Restituiamo candore di festa liberando paesi e strade dal nero di immigrati da stanare a uno a uno, sotto le mentite spoglie della cittadinanza attiva. Cittadinanza cattiva.
Il nostro razzismo si nutre della rabbiosa conferma delle nostre incapacità a mandare avanti questo Paese. Così liberiamo anche il Natale dalle sue parodie di sentimenti, ispirati al massimo a qualche donazione pelosa regolata sul bilancino del proprio tornaconto emotivo ed economico.
Altro che misticismo. È business fiorente il Natale di guerra che anche quest’anno si celebra tra boati di fuoco e sangue innocente. Una guerra non più ripudiata da nessuno, anzi confezionata anch’essa per la nascita del bambinello dentro la scatola della retorica celebrativa del sono-lì-per-portare-la-pace-a-nome-di-tutti-noi. A celebrare la pace dei fatturati ci penseranno invece coloro che le armi le producono e le vendono.
Un Natale nero. Nei luoghi santi cova una terza intifada, tutt’altro che una buona novella. Tanti auguri. Leggi il seguito di questo post »


Incontro del Punto Pace 12/01/2009

6 gennaio 2010
Dopo le pause natalizie il Punto Pace Reggio Emilia e il Centro don Gualdi è pronto a ritrovarsi per cominciare un nuovo anno all’insegna dell’impegno per la Pace, la Giustizia, i Diritti e la Salvaguardia del Creato.
 
Il prossimo incontro si svolgerà MARTEDI’ 12 GEANNIO a partire dalle ore 18.30 presso la Sala Europa dell’Auditorium Simonazzi in via Turri – RE (stabile dove ha sede la CISL – si accede dall’ingresso del BAR).
 
o.d.g
 
- condivisione della serata in ricordo di don Piergiorgio Gualdi
(attraverso la cena sono stati raccolti 407,00 euro destinati alle attività del P.P. di Reggio Emilia, l’altra parte di denaro raccolto è stato destinato alla libreria Info Shop Mag 6)
 
- Monaci della Pace – veglia di preghiera del 26 gennaio. Andiamo alla parrocchia di S. Anselmo? Mi ricordo che c’era l’invito da parte di una signore…
 
- Collaborazioni e progetti futuri
 
- Premio per la pace don Giuseppe Dossetti (pensiamo se possiamo avere delle candidature)
 
- varie ed eventuali
 
 
Vi aspetto!!!
 
 
Mirko Baccarani
Referente Punto Pace Reggio Emilia
mobile 380 4785231

Il sentiero della Costituzione: Pace, Giustizia e Reciprocità…

30 settembre 2008

Proprio sessant’anni fa, il 1°gennaio 1948, entrava in vigore la Carta fondamentale della nostra Repubblica, che non è nata soltanto nelle aule parlamentari, ma anche tra le montagne, come ci ricordano Piero Calamandrei e don Giuseppe Dossetti.

Quindi una Costituzione che ha visto la luce anche sul sentiero che il movimento cattolico internazionale Pax Christi ha percorso quest’anno per ricordarne il 60° anniversario.

Prima di partire, ai piedi del sentiero che conduce a Cerpiano e poi a Monte Sole, abbiamo piantato un paletto su cui era inciso il primo articolo della nostra Costituzione, ad indicare l’inizio del sentiero che verrà ripercorso ogni anno, aggiungendo mano a mano tutti gli altri articoli. Lungo il sentiero, arrivati alla chiesa e al cimitero del borgo di Cerpiano, (che ha visto la morte di 139 donne e bambini, completamente innocenti) ci ha offerto la sua testimonianza di sopravvissuto Francesco Pirini, che assistette alla strage, e alla morte della sua famiglia dalla vallata opposta, e che ancora oggi ricorda quei momenti come se fossero avvenuti ieri. La sue parole più belle, sono state però quelle di perdono, che lui ha già offerto ai soldati che poi si scoprirono esecutori della strage, e che continua a ribadire. Ci è poi stato dato modo di riflettere, e soprattutto di conoscere meglio, la figura di Don Dossetti, e la nostra costituzione, grazie alle testimonianze di frate Paolo Barabino, monaco della Piccola Famiglia dell’Annunziata (per intenderci un “dossettiano”), del prof.Baldini, medico di don Dossetti e di Umberto Allegretti, costituzionalista e docente universitario. La riflessione sulla costituzione, iniziata qui, ci ha poi tenuti impegnati per tutta la durata della route, facendoci capire come al giorno d’oggi i media ci stiano portando a dimenticare il vero significato di questa carta fondamentale, e soprattutto a dimenticarci che un nostro dovere è “svolgere, secondo le proprie possibilità,e la propria scelta,un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” ART.4. Un dovere che ci è poi stato ricordato anche dalle parole di Vincenzo Linarello, il presidente di un consorzio di cooperative che nella locride combatte per la legalità, che abbiamo incontrato il giorno seguente a Castel dell’Alpe, insieme a Stefano Ramazza, il quale ha raccontato che oggi, a prescindere da destra e sinistra, tutta la politica sta cercando di farci addormentare, e di farci dimenticare i poteri occulti che ci stanno governando, ed è nostro dovere cercare di riconquistare la democrazia, messa oggi così a dura prova, iniziando ad interessarci in modo attivo alla politica locale, prima che a quella nazionale.

Anche la testimonianza di padre Giovanni Munari (missionario comboniano  in Brasile e attuale direttore della casa editrice EMI) ci ha aiutati a riflettere sull’importanza di fare comunità, collaborare e partecipare insieme; le sue sono state parole importanti, perché ci hanno fatto capire come anche in Italia ci sia bisogno di organizzarsi, di non lasciare che i fatti ci scorrano addosso, ma di prendere spunto dai movimenti brasiliani per far sentire la nostra voce, ed esercitare la nostra sovranità di cittadini onesti, che è spesso osteggiata in vari modi. Questo deve essere ancora più presente, in un ottica di comunità cristiana, che ha la fortuna di avere un’”arma” in più: il Vangelo.

Il nostro fare comunità poi, è stato aiutato da un incontro con Corinto Corsi, sul libro dell’Esodo. Un incontro non classico, non una lezione frontale, ma un bel modo di confronto e riflessione su un libro che resta spesso incompreso, ma che può insegnarci molto sul concetto di libertà, e sul rapporto che Dio ha con la libertà. Un libro che, come Corinto ha avuto modo di spiegarci anche il giorno seguente, è ancora attuale e pieno di significati nascosti e imprevedibili. La condivisione è stata facilitata anche dagli incontri della sera guidati da Don Eugenio Morlini, (spesso difficili da svolgere, a causa della stanchezza accumulata), che ci hanno visti impegnati a parlare della giornata, e ci hanno dimostrato come può essere bello e difficile il decidere insieme come andare avanti, comunicandosi le difficoltà e i punti di forza.

Il quarto giorno, forse è stato quello che più ci ha permesso di capire l’importanza del camminare: infatti i chilometri percorsi sono stati molti, caratterizzati da molta fatica, ma anche da molte relazioni; questo è un altro aspetto importante della nostra route: le relazioni che si sono instaurate tra di noi, e i discorsi sui temi “ricchi” affrontati in questi giorni. Ci siamo anche posti il problema di come comunicare le nostre idee senza volerle imporre, senza partire dal presupposto che esse siano giuste perché nostre, per creare la comunità proprio a partire da noi stessi, evitando l’esclusione a priori di chi la pensa diversamente. Abbiamo poi anche iniziato, a partire da questo, a scrivere un documento di sintesi degli argomenti trattati (disponibile su www.sentierocostituzione.blogspot.com) che ha lo scopo di non lasciare che questa esperienza sia limitata ai 5 giorni in cui si è svolta, ma che possa avere un futuro, possa essere un punto di partenza.

L’esperienza è terminata con l’incontro con la figura di don Lorenzo Milani: grazie alle testimonianze di due suoi ex-allievi, abbiamo conosciuto meglio, ed apprezzato le diverse sfumature di quest’uomo rivoluzionario ancora oggi, che perseguiva la libertà a suo modo, attraverso l’insegnamento. Le testimonianze sono state importanti proprio per la loro diversità, per averci mostrato due facce del priore di Barbiana, entrambe importanti: quella di maestro-papà, e quella un po’ meno amichevole, di uomo forse anche troppo mitizzato. Barbiana, è stato il naturale arrivo di questo nostro viaggio, lì abbiamo piantato l’ultimo paletto del sentiero, con l’ultimo articolo della nostra costituzione, come simbolo di un viaggio che ha un inizio, una meta, ma che è ancora da costruire, e da mantenere in ordine. Questa possiamo vederla anche come una metafora della nostra costituzione, che ha avuto un ottimo inizio, ma che ora è da mantenere “pulita”, “tenuta bene”, da tutti i tentativi di cambiamento che stanno arrivando troppo spesso, ultimamente. Lì, a Barbiana, abbiamo poi avuto un incontro con      S. E. Mons Luigi Bettazzi, presidente emerito di Pax Christi Italia, che ha partecipato anche all’assemblea costituente, come segretario di Dossetti. Grazie alla sua simpatia e alle sue belle parole abbiamo avuto modo di riflettere ancora una volta, sulla nostra esperienza, e su quanto sia importante portare avanti i temi trattati in queste giornate. Non possiamo che concludere con l’invito a leggere la Costituzione e il Vangelo con passione, per contrapporre ai troppi “me ne frego” magari neanche consapevoli, altrettanti “I care, mi sta a cuore”.

 

Chiara Balocchi e Gabriele Torricelli

Pax Christi Reggio Emilia


Si riaccendono le tensioni nel Sahara Occidentale, luogo dimenticato

14 novembre 2010

Sono passati quasi venti anni (1991) dal cessate il fuoco nel Sahara Occidentale, dove il “popolo del deserto”, da oltre trenta cinque anni, lotta per i propri diritti. Le forze armate del Marocco, paese che di fatto occupa l’ex Sahara spagnolo, ha lanciato un attacco contro un campo allestito a Layoun, o Al Aiun) capitale del paese dei Saharawi, per protestare a favore dei diritti di un popolo dimenticato.
Tutto questo mentre alle Nazioni Unite, si apre l’ennesimo colloquio tra le parti, per determinare il futuro di quell’area desertica compresa tra Marocco, Mauritania e Algeria. Vi sono stati morti e feriti, come riporta Lucio Luca su Repubblica, tra i non molti mezzi d’informazione che hanno dato notizia dell’accaduto.

Quello del popolo del Sahara, i Saharawi, e della loro lotta, è una storia lunga e purtroppo dimenticata che ha inizio oltre 40 anni orsono, quando, nel 1963, le Nazioni Unite inseriscono il Sahara Occidentale – area ricca di fosfati dominato dalla Spagna, chiamato appunto Sahara spagnolo – tra i paesi da decolonizzare. Due anni dopo, nel 1965, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ribadisce il diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi e chiede alla Spagna di ritirarsi dal territorio. Il 10 maggio 1973 nasce il Fronte Polisario (Frente Popular de Liberacion de Saguia el Hamra y Rio de Oro – dal nome dei due territori, complessivamente di 266 mila Km quadrati che dal 1969 formano il Sahara Occidentale), guidato ancora oggi da uno dei fondatori, Mohamad Abdelaziz. Nel 1974 si svolge il censimento della popolazione (censiti 74.908 saharawi) necessario per poter indirre il referendum voluto dalle Nazioni Unite. Tutto sembra pronto per la nascita della nazione e il 20 agosto 1974 la Spagna esprime il suo parere favorevole a far svolgere il referendum, ma agli inizi del 1975 il re Hassan II di Marocco esprime la sua totale contrarietà all’indipendenza del Sahara Occidentale. Inizia la guerriglia del Fronte Polisario contro la Spagna e il 12 maggio 1975 una missione dell’ONU conferma la volontà di far svolgere il referendum. Il 31 ottobre 1975 il Marocco invade il Sahara Occidentale e il 6 novembre, con la mobilitazione chiamata la “marcia verde” (350 mila marocchini entrano in Sahara Occidentale per vanificare il referendum). La Spagna segretamente giunge ad un accordo con Marocco e Mauritania per la spartizione del territorio (a nord il Marocco a sud la Mauritania) e abbandona al proprio destino il Sahara Occidentale.
Nel 1976 il Fronte Polisario fa nascere la Repubblica Democratica dei Sahrawi (RASD), che ad oggi è riconosciuta da 76 stati, ma non dalle Nazioni Unite. Il 5 agosto 1979 la Mauritania, lacerata dal conflitto con la guerriglia del Fronte Polisario, firma un accordo separato con la RASD lasciando il territorio del Sahara Occidentale. Il Marocco, una settimana dopo, invade (in aperta violazione dei diritti internazionali) anche la zona a sud del Sahara, costruendo mura di sabbia e campi minati, per oltre 2500 km, per difendere le miniere dagli attacchi del Fronte, e costringendo all’esodo i saharawi che trovano rifugio in Algeria, tra l’altro nell’oasi di Tinduf (dove ancora oggi sono, dopo 31 anni). Fino al 1991 si susseguono gli scontri armati, mentre il Marocco continua a popolare il territorio del Sahara nella certezza di alterare gli equilibri in caso di un referendum.
Nel 1991 si ottiene il cessate il fuoco e una missione ONU (MINURSO- Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale) viene inviata per vigilare la tregua e organizzare il referendum. La missione viene da allora rinnovata, di anno in anno, oggi è prolungata fino al 30 aprile 2011, essa costa 60 milioni di dollari all’anno. Nel febbraio 1992 la consultazione referendaria viene rinviata a data da stabilirsi.
Da allora si susseguono timidi tentativi di risoluzione del conflitto, incontri informali tra le parti e azioni di sostegno al popolo del deserto, senza reali passi in avanti.

Quella del Sahara Occidentale è una storia anomala e singolare. All’atto della decolonizzazione furono tre i paesi a non ottenere l’immediata indipendenza : l’ Africa Tedesca del Sud-Ovest, oggi Namibia (affidata al Sudafrica e resa indipendente nel 1990), l’Eritrea (incorporata nell’Etiopia e indipendente dal 1993) e il Sahara Spagnolo. Di quelle nazioni solo il Sahara non è riuscita a raggiugere l’obiettivo posto dalle Nazioni Unite negli anni ’60.
Inoltre il popolo Saharawi è oggi il gruppo di rifugiati (in Algeria) più vecchio al mondo, (sono circa 200 mila persone) con oramai 31 anni di permanenza fuori dal territorio natio.

Anche curiosando nella rete si ha l’impressione di una vicenda che rischia di essere dimenticata. Si trovano infatti una miriade di siti di Associazioni e gruppi nati a sostegno del popolo Saharawi, quando per l’informazione quel popolo, con la sua lotta, faceva notizia e che da anni hanno smesso la loro attività, consumate dal lento svolgersi degli eventi. E’ altrettanto vero che vi sono molti gruppi invece che lavorano con grande intensità a favore del “popolo del deserto” e ONG che lavoro sul posto.
Per tutte gli aggiornamenti vi segnalo l’agenzia Sahara Press Service.
Ovviamente non mancano nemmeno voci di dissenso e le accuse al Fronte Polisario, come quella da poco riportata dal sito Peace Report, o il recente film-documentario australiano “Stolen” che è stato duramente criticato dagli esponenti del Fronte Polisario


Prossimo incontro del Punto Pace di Reggio Emilia

7 novembre 2010
Il prossimo incontro del Punto Pace – Pax Christi avrà luogo martedi 9 novembre 2010 dalle ore 18.30 alle 23 presso la Libreria Info Shop Mag 6 (via Santi Vincenzi, 13 – RE).
 
Di seguito trovate l’ O.d.g.: 
  
1) preparazione come ogni anno dell’incontro per ricordare Alberto Rossi e Don Gualdi fissato il 12 Dicembre 2010 c/o la parrocchia S.Luigi /pappagnocca) e presentazioni delle iniziative organizzate assieme alla scuola di pace.
         
2) Convegno di fine anno, Loreto 30 e 31 dicembre 2010 Libertà religiosa e cittadinanza: il dialogo fa nuova la città Chiamati alla libertà (Gal 5, 13). A breve sul sito di paxchristi il programma e i dettagli logistici. A seguire avrà luogo la tradizionale marcia di fine anno organizzata da Pax Christi Italia, CEI e Caritas italiana che quest’anno avrà luogo ad Ancona sul tema della Giornata Mondiale per la Pace del 1° gennaio 2011: «Libertà religiosa, via per la pace».
             
3)   Varie ed eventuali
 
Dalle ore 20.00 momento formativo.
 

Mirko Baccarani
mobile 380 4785231

d. Albino Bizzotto a Reggio Emilia per parlare di disarmo

9 gennaio 2010

Il primo appuntamento è stato l’incontro con Don Albino Bizzotto, sacerdote vicentino impegnato da molti anni per il disarmo e fondatore dell’associazione “Beati i costruttori di pace”.

Con Don Albino abbiamo riflettuto sull’importanza del disarmo nucleare totale come presupporto fondamentale per l’esercizio della democrazia, e sull’impatto umano e ambientale che il possesso e la sperimentazione di armi nucleari implicano per i paesi che direttamente o per alleanza (come l’Italia) le accettano; e quindi sulla necessità civile di chiedere la rimozione delle armi nucleari dal territorio italiano.

Con la sua testimonianza Don Albino ci ha trasmesso la speranza fiduciosa della resistenza, a cui siamo chiamati come uomini e donne e come cristiani, coltivando nel nostro impegno “lo spirito della semina”.

Dopo l’incontro, ci siamo spostati in chiesa dove abbiamo pregato insieme, guidati da Don Eugenio Morlini, nello stile delle veglie dei monaci della pace (che si tengono regolarmente, itineranti nelle Parrocchie della Diocesi, ogni quarto martedì del mese). Si tratta di una preghiera semplice, calata nella realtà e nella storia delle persone, immediata, concreta, per ciò molto solenne. Nella preghiera abbiamo specialmente ricordato Don Piergiorgio Gualdi e Alberto Rossi, alla cui spiritualità il Punto Pace si ispira.

Infine, siamo tornati nel salone per mangiare insieme un’ottima cena di solidarietà a base di polenta, funghi, carni in varie salse, salumi, torte, vino rosso e ogni ben di Dio. Il ricavato della cena (e della lotteria finale) è andato a sostegno del Punto Pace, dell’Infoshop e all’associazione Jaima Sarawi.

Giovanna Soliani – PP Reggio Emilia  


Cosa succede quando ci si scontra con alcune verità del nostro mondo?

28 luglio 2009

 

Domenica 26 luglio 2009

 

Cosa succede quando ci si scontra con alcune verità del nostro mondo? Quando queste verità prima erano solo dei sentiti dire ma poi, quando ci sbatti gli occhi e il cuore contro, diventano parte di te e ti obbligano a fartene portavoce?

Non so quale sia la risposta, ma sicuramente qualcosa cambia e anche se non si vede, come c’è scritto nel Piccolo Principe, l’essenziale è invisibile agli occhi.

Sono impressionata da come in questo periodo le Letture della Parola si mescolino e impastino con la mia quotidianità.

La prima lettura e il Vangelo di oggi parlano di cibo, di gente che ha fame e di qualcuno che distribuisce, spezza, condivide e sfama.

“Kec tye kaneka”, “Kec tye” sono le parole ch in questo periodo sento più spesso pronunciare dalla gente. “Ho fame”, “C’è fame”. Ed ecco che mi ritrovo a vivere per davvero quelle frasi che almeno una volta nella nostra vita tutti ci siamo sentiti dire da piccoli: “Mangia tutto che nel mondo c’è chi non ne ha”, “Non sprecare cibo che i bambini in Africa muoiono di fame” … Qui i bambini sono quelli che soffrono di più, ma ad essi si aggiunge un’intera popolazione di giovani, uomini, donne e anziani. Lunedì scorso è stato dichiarato che il 70% della popolazione Acholi non ha cibo a sufficienza (quindi non oso immaginare in Karamoja o in altri paesi che sono ancora più secchi e poveri). Il cambiamento climatico si fa sentire anche qui (così come la crisi finanziaria) e le piogge che sono in ritardo non innaffiano i campi coltivati. Qui a Gulu è la seconda semina per la gente perché la prima è andata persa. Due giorni fa è piovuto e ora speriamo che sia un via per un po’ di sollievo, ma è ancora presto per tirare un sospiro di sollievo. Il pasto dei bambini in questo periodo è una pannocchia abbrustolita condivisa con i fratelli e le sorelle più piccoli. Al Comboni Samaritans i nostri beneficiari invece che andare a scuola vengono a chiederci qualcosa da mangiare. Vi garantisco che vedere dei bambini che aspettano gli avanzi dalle cucine e che dopo mangiano avidamente è qualcosa che ti spezza qualcosa dentro. Quando poi conosci i nomi, le famiglie, le vite … beh, non so cosa dire …

Ho visto le foto di alcuni ragazzini e ragazzine che i nostri social workers sono andati a visitare perché segnalati come “voulnerable children”: le costole si possono contare, i corpi non cresciuti dimostrano anni in meno e i volti scavati e non sorridenti decenni in più rispetto all’età reale.

Ma è il mio incontro con Bryan che vi vorrei raccontare: un ragazzino di dodici anni. Ha un fratellino e una sorellina e sua mamma è totalmente cieca a causa di una controindicazione della cloro china (antimalarica). Il papà è morto l’anno scorso e prima di morire anche lui era diventato cieco. Brian è l’uomo di casa e la prima volta che l’ho incontrato accompagnava la mamma al Comboni Samaritans. Poi più volte ci siamo salutati per la strada: io in bicicletta e lui a piedi (scalzi). Qualche settimana fa è venuto per qualche sera a pregare il rosario in ospedale e una domenica l’ho visto anche a messa. Un giorno dopo cena, non ricordo quando, dovevo andare a chiedere qualcosa ad uno dei dottori che vive qui al Lacor, e lo vedo seduto al buio con qualche altro bambino, fuori dalla porta. I dottori arrivano e danno ai bambini un cartoccino di cibo avanzato: pochi secondi e i piedi nudi corrono veloci. Ma Brian si ferma un instante a salutarmi. Un’altra sera dopo il rosario mi indica i suoi piedi nudi e i miei con i sandali (per certe cose non c’è bisogno di conoscere perfettamente una lingua: il linguaggio non verbale non conosce differenze di terre).

La settimana scorsa Brian è venuto ancora al Comboni Samaritans con la mamma. Verso le due sono andata a mangiare nella dining room con alcuni dello staff e fuori c’era lui con qualche altro bimbetto che aspettavano. Aspettavano di mettere qualcosa in uno stomaco vuoto da tanto. Il posho e i fagioli quel giorno mi sono rimasti sulla gola e se non fosse stato per il fatto che “non si spreca cibo” dopo le prime forchettate l’avrei lasciato lì.

Oggi è venuto a messa e alla fine della celebrazione gli ho chiesto se la sua casa fosse vicina o lontana. Mi ha indicato il mercato fuori dell’ospedale, mi ha dato la mano e ci siamo incamminati affiancati anche da Cristopher, un amico che mi ha presentato. Ho comprato ad entrambi un paio di scarpine di tela, ho preso riso e sapone (la mamma di Brian mi aveva detto che non avevano sapone ed effettivamente il bambino è sempre con gli stessi vestiti anche la domenica, con i capelli non tagliati e le gambe sporche). Dopo circa 20 minuti arriviamo: una capanna in mezzo all’erba alta che nessuno ha tempo o cura ti tagliare (e se si chiama erba elefante c’è un perché). La mamma sta pulendo i pochi arachidi che sono cresciuti nel campo dopo la spioviginata dell’altro giorno. Con lei c’è anche uno zio, un vicino e una vicina, il fratellino più piccolo di Brian e una ragazzina che vive anche lei da qualche parte lì vicino. La mamma è contenta che sia lì e anche gli occhi di Brian sono proprio belli. Dopo un po’ dico che devo andare perché a casa mi aspettano (stavo per dire per mangiare, ma mi sono trattenuta, considerando che lì non c’era nessuna pentola sul fuoco). Mi offrono una borsina di arachidi: nonostante mi sembri di togliere del cibo a quella famiglia mi rendo conto che non posso rifiutare. Ringrazio tanto e propongo di pregare insieme. Saluto e mi incammino per il sentierino che attraversa varie abitazioni. I bambini e le bambine come al solito sono in ogni dove e mi salutano ridendo divertiti dalla mia presenza in mezzo a quelle capanne. A pranzo ero seduta a tavola con le sisters della mia comunità.

Non voglio innescare sensi di colpa o rovinare i pasti di nessuno. Non serve sentirsi in colpa e non serve mortificarsi e soffrire la fame. Sarebbe stupido per noi che possiamo mangiare o che abbiamo accesso a tanti beni vivere di stenti … E non ho nessuna conclusione da dare a questa mail. Ma le letture di oggi che si mescolano alla quotidianità di qui formano una zuppa particolare che si sta cuocendo. La moltiplicazione dei pani e dei pesci: la condivisione. Una folla che ha fame e qualcuno che non si volta dall’altra parte per non vedere, che non chiude porte, non costruisce barriere, non inventa leggi per far sì che le folle si disperdano. “Come posso mettere questo (poco) cibo davanti a cento persone?” nella prima lettura chiede ad Eliseo colui che serviva il cibo; “Che cosa sono cinque pani d’orzo e due pesci per così tanta gente” chiede Andrea a Gesù. Le risposte sono simili: non importa. Tu inizia a servire. Fai sedere e distribuisci. Spezza e condividi. Vedrai che poi, alla fine, tutti ne avranno e anzi ne avanzerà.

Chi sono io per “risolvere i problemi del mondo?”. Proprio nessuno, come era nessuno anche il ragazzino che porta il pane e i pesci iniziali (non ha neanche un nome nel Vangelo). Ma posso essere un inizio per smuovere qualcosa. E così come posso esserlo io anche ognuno nel mondo. Tante domande e poche risposte. Ma la seconda lettura di oggi è chiara: comportatevi in maniera degna della vostra identità di cristiani (o potrei anche dire: in maniera degna della vostra identità da essere umani con una coscienza) … diversi popoli ma un solo corpo, un solo spirito e, soprattutto, una sola speranza. L’unica risposta certa è questa speranza. A nessuno ne mancherà e anzi le ceste si riempiranno di avanzi. Pane, acqua, diritti, pace, giustizia … per tutti e in abbondanza. È possibile se ci sentiamo in comunione, se ci sentiamo parte davvero di un solo corpo e di un solo spirito.

Erano circa cinquemila uomini … duecento denari non bastano … che cosa possiamo fare? … c’è qui un ragazzo …

I problemi nel mondo sono tanti e chi soffre sono intere popolazioni … le mie forze sole non bastano … che cosa possiamo fare? … ci sono qui io …

CON – DIVISIONE!

Elena Malvezzi


L’Aquila: al via l’osservatorio ‘Ricostruire Pulito’ di Libera, Legambiente e Provincia

28 luglio 2009

Giorgio Beretta Martedì, 28 Luglio 2009

 

“La verità ha bisogno sempre di essere vigilata”. Con queste parole il presidente di Libera, don Luigi Ciotti ha presentato ieri a L’Aquila, presso il Centro Direzionale Carispaq, l’Osservatorio Ricostruire Pulito che vede protagonisti Libera, Legambiente e la Provincia de L’Aquila. “Un atto d’amore e di rispetto per questa meravigliosa terra e per le tante persone che non ci sono più” – ha continuato don Ciotti parlando della necessità di una vigilanza da parte della società civile nel processo di ricostruzione in una terra profondamente ferita, ma che necessita di rialzarsi in fretta e bene.

“L’Abruzzo non è un’isola felice” – ha sottolineato Angelo Venti che con la redazione di Site.it, Libera Informazione e Libera, dalla notte del sisma sta lavorando alacremente e senza tregua per mantenere un riflettore acceso sul processo di ricostruzione. Proprio queste redazioni nei giorni di Pasqua – nel generale silenzio dei media nazionali – hanno denunciato la distruzione di macerie ‘sensibili’ e necessarie per verificare la costruzione dei palazzi attraverso macchinari tritura-macerie in Piazza d’Armi, area militare posta sotto il controllo della Protezione Civile. In seguito a quella denuncia le aree da cui venivano prelevate le macerie sono state posti sotto sequestro e l’asportazione delle macerie è stata interrotta.

“Le mafie non sono una novità in Abruzzo e con molta probabilità non si lasceranno sfuggire la ghiotta occasione di fare affari durante la ricostruzion” – ha affermato Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente citando i dati del recente dossier Ecomafie: “il fatturato delle mafie in Abruzzo già prima del terremoto nel 2008 era di circa 20 miliardi di euro e la regione è in nona posizione per numero e gravità di reati commessi sia nel ciclo del cemento che in quello dei rifiuti”. Lo scorso anno ci sono state 278 persone denunciate e 71 sequestri di immobili nel campo degli appalti, e 216 infrazioni e 93 sequestri nel campo dei rifiuti”. Tra questi va ricordato il sequestro da parte della Direzione Distrettuale antimafia della villa di un imprenditore campano legato al clan Mallardo, oppure le inchieste sul tesoro di Ciancimino a Tagliacozzo, o l’inchiesta Histonium II che vede il coinvolgimento della ‘ndrangheta calabrese. Mafia, ‘ndrangheta e camorra prosperano da anni anche qui. “Tutti segnali pericolosi in vista della ricostruzione” – ha aggiunto Sebastiano Venneri di Legambiente..

Angelo Venti ha fatto quindi una ricostruzione storica degli affari dei boss in Abruzzo. “Le mafie in Abruzzo hanno stretto legami con gli imprenditori locali, si è creata una rete di relazioni – continua Venti – che hanno facilitato l’infiltrazione ben prima del terremoto”. “La consistenza economica delle risorse necessarie per la ricostruzione, l’impatto ambientale degli interventi previsti, dallo smaltimento delle macerie alle opere di ricostruzione, richiede la massima attenzione per prevenire illegalità e tentativi di infiltrazione – ha concluso la Presidente della Provincia dell’Aquila, Stefania Pezzopane. Accanto alla prevenzione di fenomeni di illegalità ci proponiamo attraverso l’Osservatorio anche di diffondere un processo di buone pratiche della ricostruzione”.

L’Osservatorio Ricostruire Pulito, infatti, intende vigilare sulla ricostruzione, senza volersi sostituire alla magistratura o alle Forze dell’ordine, piuttosto segnalando casi o fatti “oscuri”, su cui chi fa le indagini può far chiarezza. Tra i settori di monitoraggio vi è quello del corretto smaltimento delle macerie provocate dai crolli. Tra le proposte concrete su cui l’Osservatorio cercherà di costruire convergenze virtuose c’è la definizione di un progetto per il recupero e il riciclaggio degli inerti, anche ai fini di un minor ricorso alla cavazione. L’Osservatorio si pone anche l’obiettivo di affiancare le istituzioni competenti nel monitorare le imprese edili e di costruzione coinvolte nella ricostruzione; controllare il meccanismo dei subappalti e del nolo di mezzi e macchinari; controllare la filiera di approvvigionamento e la qualità dei materiali utilizzati, in particolare la produzione di calcestruzzo verificando l’idoneità delle cave per l’estrazione degli inerti e della sabbia; vigilerà anche sul trasporto, il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti inerti derivanti dai crolli e dalle demolizioni. [GB]


Rete Disarmo: l’Italia continua ad esportare armi leggere senza trasparenza

28 luglio 2009

domenica, 26 Luglio 2009

 

“Non solo l’Italia è il secondo esportatore mondiale di armi leggere e di piccolo calibro, ma tra i paesi che maggiormente si forniscono di armi “made in Italy” figurano Etiopia, Filippine, Israele, Thailandia. Ancora una volta i dati del rapporto “Small Arms Survey” fanno capire che le autorizzazioni all’esportazione dall’Italia di queste cosiddette ‘piccole armi’ non sono così rigorose come le nostre leggi richiederebbero. E come il buon senso in un mercato così delicato e in cui siamo tanto protagonisti richiederebbe: in questo modo rischiamo di essere uno dei paesi che maggiormente fomentano conflitti nel mondo. Anche la trasparenza sulle informazioni fornite dalle nostre amministrazioni lascia molto a desiderare visto che il centro indipendente di ricerca di Ginevra nel giro di un anno ha declassato l’Italia dal secondo al dodicesimo posto”.

E’ punto centrale della denuncia che la Rete Italiana per il Disarmo avanza alla conoscenza di Governo ed opinione pubblica a commento del rapporto Small Arms Survey 2009 redatto del Centro indipendente di ricerca del Graduate Institute of International Studies di Ginevra che Unimondo ha presentato nei giorni in anteprima in Italia.

Gli Stati Uniti continuano ad essere il leader indiscusso nel commercio globale legale di “small arms and light weapons” (cioè le armi leggere – vedi dopo la definizione) avendo esportato nel 2006 ben 643 milioni di dollari di questo tipo di armi. Ma l’Italia – con 434 milioni di dollari di esportazioni – figura al secondo posto precedendo ampiamente la Germania (307 milioni di dollari), il Brasile (166 milioni) e l’Austria (152 milioni). E se è vero che tra i principali acquirenti delle armi italiane vi sono nazioni del mondo occidentale come Stati Uniti, Francia, Spagna, Regno Unito e Germania, il rapporto dell’istituto di ricerca ginevrino segnala anche che Etiopia, Filippine, Israele, Thailandia annoverano l’Italia come uno dei loro cinque principali fornitori.

“Va ricordato inoltre come le armi piccole abbiano per loro natura un prezzo più contenuto rispetto ai grossi sistemi d’arma, per cui un giro d’affari di milioni di dollari (per confronto si pensi che i sistemi d’arma complessi vengono venduti da soli per milioni di dollari) significa molte armi che possono finire in molte mani, spesso in maniera incontrollata nelle zone di conflitto” – sottolinea la nota di Rete Disarmo.

“Sebbene i dati elaborati dal centro di ricerca di Ginevra siano – per loro stesso riconoscimento – carenti in quanto non tutti gli stati forniscono all’Onu informazioni complete o adeguate, per quanto riguarda l’Italia le cifre segnalate nel rapporto sulle esportazioni di “piccole armi” sono abbastanza attendibili, semmai al ribasso” – afferma Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio sul commercio di armi (Os.C.Ar.) di Ires Toscana, membro di Rete Disramo. “Dall’accurato database dell’Istat si apprende, ad esempio, che negli ultimi tre anni le esportazioni di queste armi e munizioni sono fortemente aumentate passando dai 670 milioni di euro del 2006, ai quasi 744 milioni del 2007 agli oltre 861 milioni di euro del 2008: e stiamo parlando, prevalentemente di armi da fuoco ad uso sportivo, da caccia o per la difesa personale, non militari” – conclude Beretta.

L’eccellenza italiana è nota da tempo in tale settore. “Il primato dell’industria italiana delle armi leggere conferma inoltre il ruolo di primissimo piano del distretto armiero bresciano a cui si deve in gran parte questo primato – afferma Carlo Tombola coordinatore scientifico di OPAL (Osservatorio Permanente Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa) di Brescia. E’ urgente che produttori e autorità tengano conto che l’immagine di qualità delle armi italiane è incompatibile con la scarsissima trasparenza dei dati ufficiali, soprattutto per ciò che riguarda l’export di armi cosiddette “civili e sportive” verso paesi dove vengono quotidianamente calpestati i diritti umani”.

Un tema importante, quello dell’impatto delle piccola armi sui diritti umani e lo sviluppo delle popolazioni mondiali, come ricordato da Riccardo Troisi di Pax Christi: “Questi dati confermano l’ipocrisia dei paesi ricchi, che da una parte alimentano il commercio di armi leggere, con i danni che questo produce soprattutto nei paesi del Sud del mondo, dall’altra fanno dichiarazioni sempre puntualmente disattese per combattere la povertà ed aiutare i tanti paesi ridotti in miseria dall’attuale sistema economico. I costi stimati ogni anno per i danni prodotti dalle armi leggere sono infatti, secondo la rete mondiale IANSA, di oltre 163 miliardi di dollari. E sono i più poveri a subirne l’impatto più brutale, tanto che le armi possono essere considerate una delle cause strutturali che alimentano la povertà”.

Tutti questi dati preoccupano fortemente la Rete Italiana per il Disarmo, soprattutto per il ruolo di primo piano che evidentemente il nostro paese svolge in questo tipo di commercio. “E’ importante arrivare ad alti standard di controllo e di regolamentazione del mercato italiano (interno e soprattutto estero) delle armi leggere – conclude Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo – qualcosa che già esiste nella nostra legislazione per quanto riguarda i grossi sistemi d’arma. Anche perché, nonostante una raccomandazione UE in tal senso, il nostro paese è uno dei pochi a non disporre di una legge sull’intermediazione e il cosiddetto brokeraggio di armi (cioè il ruolo dei trafficanti e dei venditori) che ovviamente è molto più facile e possiede impatti molto più negativi proprio nel campo delle piccole armi”. [GB]


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